Renato Cuzzoni - Milano, 19 febbraio 1975
L’arte di Angelo Marchetti ci appare semplice e complessa al tempo stesso. Questo artista milanese, non più giovanissimo, che non ha lunga consuetudine di mostre personali per il semplice fatto che la sua schiva umanità mai vi ha attribuito molta importanza, si presenta finalmente con una panoramica validissima della sua ultima produzione; non un’antologica quindi, essendo le sue opere precedenti irreperibili ormai pur se ben collocate, disperse come sono presso una moltitudine di collezionisti piccoli e grandi. Perchè si tratta di un pittore circondato da un appassionato consenso di esaminatori, non ignoto al pubblico, da quello più evoluto e culturalmente preparato a quello più sprovveduto ma forse per questo motivo più sensibile e spontaneamente onesto.
L’uomo Marchetti è timido, ma il mite sguardo che osserva il mondo ed i suoi interlocutori potrebbe tuttavia indurre in inganno, essendo l’audacia del pittore Marchetti di una virulenza sconcertante, al di là di ogni possibile immaginazione.
Di poche letture, ma essenziali; il Vangelo sempre! e pertanto, come la divina testimonianza di una realtà trascendente è stata divulgata dagli evangelisti per mezzo di un linguaggio piano alla portata di tutte le menti, anche le più incolte; così i temi del nostro pittore vengono trattati con forme e figure tradizionali senza lasciare il benché minimo spazio ad incertezze espressive, e il discorso nasce e si sviluppa con evidente semplicità e chiarezza, nella continua preoccupazione di essere capito da chiunque; perchè la vera grande arte sta appunto tutta qui, e cioè nell’essere depurata da ogni elucubrazione pseudofilosofica, di per sé destinata solo alle astruse élites della paracultura, che non fanno storia ma solo noia, nevrosi e paranoia.
La pittura di Angelo Marchetti poggia su un disegno di altissima qualità e forza, uscito quasi di getto - almeno sembrerebbe - e spontaneamente a dare supporto espressivo ad un’idea, esplosa così nell’animo dell’artista e subito realizzata con veemenza, in un’incredibile velocità di esecuzione. Sono cavalli che galoppano, si impennano, lottano, e cavalieri che combattono in mischie furibonde e uomini che spasimano di dolore, torturati, offesi, umiliati, e dei donchisciotte squallidi e sparuti.
Le forme sono esasperate e deformate e potentemente declamatorie; un plastico simbolismo a significare con grande efficacia l’eterno dualismo della condizione umana; le due realtà, che rappresentano i punti focali della vita dell’umanità: quella istintiva e prevalentemente esteriore, dove si scatenano gli istinti primordiali del sesso dell’odio della violenza, e quella spirituale, e quindi interiore, della presa di coscienza e dell’equilibrio e della scelta in un superamento catartico della necessità della materia verso un’ideale di perfezione e di amore.
La tecnica con cui Angelo Marchetti realizza i suoi quadri è semplice : colori magri, senza corpo quasi né spessore; si avverte che il pittore sente le sue opere in grandi dimensioni, per dare maggior evidenza alle sue strutture scultoree ed alle sue audacie prospettiche, uscite così nell’ansia di raccontare, prive di studi compositivi e di bozzetti preparatori o di altro, quasi alla maniera impressionista. La pennellata è sempre drammatica; un eventuale errore; anche se evidente o di facile correzione, è sempre lasciato per rendere più incisivo il discorso pittorico sul tema che l’artista ha meditato e sul quale a lungo ha riflettuto.
Disse un giorno Francis Bacon che “il quadro è come una trappola, che si è chiusa, improvvisamente e al momento scelto dall’artista, su un fatto umano e no”. Tutto questo si attaglia perfettamente all’arte di Angelo Marchetti. Nella sua trappola ha chiuso cavalli, uomini, la lotta e il dolore delle creature, la loro ansia di amore, l’immessa sofferenza della materia anelante al divino trascendente. Trappole stupende e suggestive queste, dove ci si perde - lo stesso autore e il pubblico - come in un labirinto per non più uscirne, nella continua attesa dell’apparire miracoloso di una luce nuova di verità dal fondo dell’ultimo corridoio, quello più buio, quello più cieco. RENATO CUZZONI Milano, 19 febbraio 1975