"Senza titolo"
Olio su tela, cm.100x70 (Cat.1078)
L'opera si presenta come un interno claustrofobico eppure sospeso, costruito secondo una geometria rigorosa di intenzione simbolica. La scena è delimitata da due piani murari; la parete frontale, di un ocra caldo e materico, e la parete laterale sinistra, più scura, con una finestra dotata di una grata metallica, mentre il pavimento verde acido, cromaticamente dissonante, segna la soglia tra spazio fisico e spazio immaginario. Al centro si erge una figura gialla antropomorfa, dal fusto lungo e sinuoso ma di chiaro riferimento umano, attorno alla quale si forma a mezza altezza una mano organica viola e malva con unghie ad aculei, in un gesto sospeso che si materializza come prolungamento della voce uscita dalla cornetta di un telefono. Sulla parete destra tre elementi si dispongono in sequenza: un appendiabiti con una guaina vuota, di color marrone chiaro, analoga alla figura centrale ma svuotata, terza immagine statica è quella di un cappello a cilindro nero appeso ad un gancio metallico. Sulla stessa parete il telefono nero con la cornetta abbandonata nel vuoto; un foglietto bianco con annotazioni illeggibili. In basso, un pavimento verde spezzato lascia affiorare uno spazio tellurico di neri e rossi profondi, mentre il soffitto rosso comprime dall'alto. La firma, Marchetti, è in basso a destra. Il significato di questi elementi e dei loro rapporti è approfondito nell'analisi critica che segue.
Analisi criticaQuest'opera appartiene al ciclo che gli studi sull'artista collocano nell'ambito della sua ricerca surreale-metafisica matura, quella in cui Marchetti cessa di illustrare e inizia a costruire paesaggi psichici: ambienti che non esistono nel mondo visibile ma che descrivono con precisione millimetrica stati interni, condizioni dell'essere, tensioni irrisolte tra piani di realtà inconciliabili. È importante tenere presente che l’artista approfondì tematiche legate all’esoterismo.
Il fulcro dell'opera è la figura gialla antropomorfa che si erge al centro dello spazio. È un corpo, ridotto all'essenziale, allungato in un fusto sinuoso che culmina in un capo chino. Quel capo reclinato è la chiave dell'intera composizione. Non è la verticalità trionfante di chi ascende, ma la postura della resa, dell'ascolto, della remissività all’evento; il gesto di chi è piegato da un peso (qui fulcro nel contesto dell'opera) e raccolto in se stesso.
Il giallo, con l’ombra appena accennata di verde, non trasmette il calore della luce e dell'energia vitale di come dovrebbe essere il caldo del giallo, ma l’apposizione del verde come ombra lo staticizza, lo raffredda, ed il colore giallo è qui assegnato a una forma sola, isolata, esile, che persiste in piedi in un immobilismo evidenziato da un solo piede che non concede movimento, meno, via di fuga, ma solo stabilita immobile mentre tutto intorno la sollecita verso il basso. La figura è viva, ma la sua vita è una verticalità faticosa, non un'esultanza.
Intorno al corpo, a mezza altezza, si forma la mano organica di tonalità viola e malva, con unghie ridotte ad aculei pronti ad afferrare. La sua ambiguità è deliberata: il gesto è iniziato ma non concluso, sospeso in un avvinghiare che non stringe, in una minaccia che al momento non aggredisce. La forza di questa immagine sta nella sua origine: la mano antropomorfa non è autonoma, ma si materializza come prolungamento del cavo telefonico, come la sostanza visibile di una voce. Marchetti compie qui un'operazione tipicamente metafisica, dà corpo all'incorporeo, rende materia il suono, trasforma una comunicazione in una presenza fisica che circonda e condiziona la figura. Ciò che esce dalla cornetta non è una parola: è un'entità psichica, una pressione, una mano che cerca di trattenere.
Il sistema della parete destra completa questa drammaturgia dell'incomunicabilità. Il telefono nero, pesante, è la sorgente da cui si genera l'intera dinamica; la cornetta sollevata e abbandonata nel vuoto fissa il momento esatto in cui la conversazione si è interrotta o resta in attesa di una risposta che non verrà. Il foglietto con le annotazioni illeggibili rafforza la lettura: qualcosa è stato scritto, pensato, custodito, ma rimane ermetico, intrasmissibile. La conoscenza è presente nello spazio, ma inaccessibile.
L'appendiabiti introduce il contrappunto più crudo dell'opera. Da esso pende una guaina vuota, una forma analoga alla figura gialla ma svuotata, ridotta a involucro. Il colore terra di siena - marrone chiaro, comunica ciò che è spento, appassito e, ne dichiara la condizione irreversibile: è ciò che la figura centrale rischia di diventare, o ciò che già è stato... Marchetti pone così, sulla stessa tela, due stati del medesimo essere: la forma ancora viva e tesa nel suo capo chino, e la spoglia inerte appesa al muro come un abito dismesso. Tra le due, lo spazio diventa il teatro di un congedo annunciato.
La fascia inferiore conferma questa tensione verso il basso. Il pavimento verde, spezzato e irregolare nel suo profilo residuo, non offre più un appoggio stabile: si frantuma, lasciando intravedere al di sotto uno spazio cupo di neri, rossi profondi e bruni ossidati, un affioramento tellurico che minaccia da sotto il piano dell'esistenza. La figura gialla sta in piedi su una soglia che si sgretola. Dall'alto, il soffitto rosso comprime con la sua striscia piatta e inequivocabile. La massa oscura preme dal basso, la pressione cromatica grava dall'alto, la mano-voce avvolge a mezz'aria: la figura, nel mezzo, resiste ma è una resistenza tutta giocata sul filo del capo chino.
L'arte di Marchetti non è uno specchio sterile della realtà, ma una porta verso dimensioni profonde della psiche e della trascendenza. In questa tela, quella porta è costruita con strumenti poveri, un corpo esile, un telefono, una guaina vuota, un pavimento che cede: ma è una porta reale.
L'opera non illustra un'allegoria: abita uno spazio liminale in cui il dato visibile è pretesto per nominare ciò che il linguaggio ordinario non può raggiungere. La figura dal capo chino non ascende e non cade: rimane sospesa nel momento in cui la forma si interroga sul proprio destino tra la materia che la trattiene e lo spirito che la chiama. È, nel senso più rigoroso del termine, pittura metafisica.
(Marco Sofian - Milano, ottobre 2005)