"Senza titolo"
Olio su tela (?), misure non rilevate, s.d.
Fotografia d'archivio nK03
Analisi visivo - critica
Al centro della tela sale una figura di luce. Non è un corpo, o meglio: è un corpo che ha smesso di essere carne per diventare chiarore. La schiena appena voltata, il capo rovesciato all'indietro, il volto sereno della liberazione, i capelli sciolti verso l'alto come una fiamma bianca restituiscono l'inevitabile dinamicità dell'atto; qui il buio, in fisica, non è una cosa ma una mancanza: assenza di luce. Il quadro lo sa e lo rovescia lo stesso, perché all'arte è concesso. Qui i ruoli si capovolgono: la figura non è dipinta, sembra piuttosto sottratta al buio, ricavata per assenza dall'oscurità che la circonda. L'oscurità diventa la materia, la luce ciò che se ne stacca; e le due verità, quella fisica e quella pittorica, coesistono senza elidersi.Verso il basso il candore della figura chiara si smaglia in colature verticali. Colori ancora caldi ma non leggeri; gli arancioni e le ombre brunastre danno continuità al momento dello scollamento della materia luminosa nell'atto di defluire verso l'alto, pronta a dissolversi nell'intensità della luce che sovrasta il tutto come una colonna che aspira, cercando di dissolversi.
È la prima intuizione metafisica del quadro: «l'anima» non ha contorno, non ha peso, non ha nemmeno una piena consistenza. Esiste come tensione, come direzione: un verso, non una forma.
Ma questa ascesa non è pacificata. È contesa.
Ai due lati della colonna luminosa che ingloba la figura di luce, l'oscurità, fino a rivelarsi con un impregnante magma cromatico, occupa la parte inferiore della tela; un ribollire di rossi cupi, ocra, verdi terrosi e neri, l'«ammasso avvertito del corpo fisico di carne» da cui la figura di luce emerge, giace come ancorato al terreno magmatico, quasi a essere un unico elemento con la terra. E qui si discerne la presenza di corpo oscura, si distingue la testa, con un'espressione tra il remissivo, anche se non accetta l'inevitabile, e così, guardando verso il basso, con l'espressione dolorante per l'evento: forse perché non prende coscienza dell'anima?
Dunque la figura sinistra in basso è una forma bruno-rossastra che si ramifica nella disfatta della presunta carnalità del corpo; leggibile e per questo più drammatica, con le mani protese, la sinistra come a difendersi, per ripararsi dalla dinamicità e luminosità dell'evento; viceversa la destra, anch'essa rossastra e di materia, con le dita ricurve, protesa verso il chiarore che sfugge in un tentativo di aggrapparsi per fermare l'inevitabile evento dell'anima che si libera.
È il gesto che tiene insieme tutto il quadro: la materia che tenta di afferrare lo spirito, di trattenerlo, di riportarlo giù.
Qui sta il nucleo filosofico dell'opera. Marchetti mette in scena un dualismo antichissimo: spirito e materia, anima e corpo, ma lo priva di ogni consolazione dottrinale. Non c'è, in questa opera che risale al 1969, la serenità dell'assunzione né la certezza della salvezza (in questi anni è il periodo delle «Opere nere» dell'artista, periodo di intenso travaglio spirituale e ricerca esoterica).
L'opera rappresenta il momento esatto della lacerazione: l'anima si stacca, la carne si aggrappa. La mano destra non è malvagia; è disperata. È il corpo che non vuole essere lasciato, che rivendica la propria appartenenza a ciò che sta perdendo.
In termini neoplatonici diremmo l'anima che risale alla sua origine luminosa; in termini più gnostici, lo spirito prigioniero che tenta l'evasione dalla materia. Ma Marchetti non illustra un sistema: dipinge lo strappo, l'attimo in cui l'uno non è ancora libero e l'altra non si è ancora arresa. Ecco il connubio spirito-materia.
La costruzione formale traduce esattamente questo conflitto. L'asse è verticale e la direzione dello spirito è sempre verso l'alto; su di esso la luce sale netta, quasi immateriale. Le forze avverse, invece, sono laterali, oblique, radicate in basso, legate alla gravità e al colore denso. Il chiaroscuro non è un espediente atmosferico: è la struttura stessa del pensiero. La luce non illumina la scena, è la posta in gioco della scena.
Ed è significativo che il volto della figura resti appena accennato, rovesciato all'indietro verso una sorgente che non vediamo: chi ascende ha già smesso di guardare il mondo che lascia.
Il perché di questo quadro, allora. Marchetti non dipinge la morte, e nemmeno propriamente un'estasi religiosa. Dipinge la condizione umana come tensione irrisolta tra il peso e lo slancio; la stessa che la critica del suo tempo aveva colto, definendo mite l'uomo e sconcertante nell'audacia il pittore. Qui il soggetto è il momento in cui l'essere si scopre doppio: fatto di materia che trattiene e di spirito che chiama. La mano che afferra non è un ostacolo da condannare, ma la parte di noi che ama ciò che è terreno e non sa lasciarlo andare, anche nel momento del peggior culmine della nostra esistenza.
Il dipinto non risolve il conflitto: lo tiene sospeso, e in questa sospensione risiede la sua onestà. Non promette l'ascesa. La rappresenta come sforzo, come contesa, come qualcosa che ancora, sulla tela, non è deciso.
Questa lettura non è una sovrastruttura imposta a posteriori sul dipinto: è ciò che la critica del suo tempo aveva già colto, davanti a tele come questa. Lo spirito che sale netto lungo l'asse verticale, il chiarore che si sottrae alla presa della mano rossa, il magma di materia che tenta di richiamare a sé la figura di luce, tutto ciò che qui abbiamo descritto come strappo tra il peso e lo slancio è la costante che, fin dagli anni Settanta, i suoi osservatori riconoscevano nel cuore della sua pittura.
«Il suo impegno di far sentire l'uomo teso nello sforzo per liberarsi dal peso e dalle costrizioni della materia, per cercare di ritrovare lo spirito puro da cui è nato.» Dino Villani — Parliamoci, 1971