Dipinto a olio "L'anima in ascesa" di Angelo Marchetti (Cat. 1326), 1969, serie Opere Nere: figura luminosa che si eleva mentre mani rosse la trattengono dal corpo materiale.

"Senza titolo"
Olio su tela, anno 1969, cm.100x70 (Cat.1326)

Nota curatoriale redatta dall'Archivio ADAAM. Non costituisce critica indipendente.

Analisi visivo-critica — Angelo Marchetti, 1969 (Cat. k1326)

Analisi visivo - critica

Al centro della tela sale una figura di luce. Non è un corpo, o meglio: è un corpo che ha smesso di essere carne per diventare chiarore. La schiena appena voltata, il capo rovesciato all'indietro, il volto sereno della liberazione, i capelli sciolti verso l'alto come una fiamma bianca restituiscono l'inevitabile dinamicità dell'atto; qui il buio, in fisica, non è una cosa ma una mancanza: assenza di luce. Il quadro lo sa e lo rovescia lo stesso, perché all'arte è concesso. Qui i ruoli si capovolgono: la figura non è dipinta, sembra piuttosto sottratta al buio, ricavata per assenza dall'oscurità che la circonda. L'oscurità diventa la materia, la luce ciò che se ne stacca; e le due verità, quella fisica e quella pittorica, coesistono senza elidersi.
Verso il basso il candore della figura chiara si smaglia in colature verticali. Colori ancora caldi ma non leggeri; gli arancioni e le ombre brunastre danno continuità al momento dello scollamento della materia luminosa nell'atto di defluire verso l'alto, pronta a dissolversi nell'intensità della luce che sovrasta il tutto come una colonna che aspira, cercando di dissolversi.
È la prima intuizione metafisica del quadro: «l'anima» non ha contorno, non ha peso, non ha nemmeno una piena consistenza. Esiste come tensione, come direzione: un verso, non una forma.
Ma questa ascesa non è pacificata. È contesa.
Ai due lati della colonna luminosa che ingloba la figura di luce, l'oscurità, fino a rivelarsi con un impregnante magma cromatico, occupa la parte inferiore della tela; un ribollire di rossi cupi, ocra, verdi terrosi e neri, l'«ammasso avvertito del corpo fisico di carne» da cui la figura di luce emerge, giace come ancorato al terreno magmatico, quasi a essere un unico elemento con la terra. E qui si discerne la presenza di corpo oscura, si distingue la testa, con un'espressione tra il remissivo, anche se non accetta l'inevitabile, e così, guardando verso il basso, con l'espressione dolorante per l'evento: forse perché non prende coscienza dell'anima?
Dunque la figura sinistra in basso è una forma bruno-rossastra che si ramifica nella disfatta della presunta carnalità del corpo; leggibile e per questo più drammatica, con le mani protese, la sinistra come a difendersi, per ripararsi dalla dinamicità e luminosità dell'evento; viceversa la destra, anch'essa rossastra e di materia, con le dita ricurve, protesa verso il chiarore che sfugge in un tentativo di aggrapparsi per fermare l'inevitabile evento dell'anima che si libera.
È il gesto che tiene insieme tutto il quadro: la materia che tenta di afferrare lo spirito, di trattenerlo, di riportarlo giù.
Qui sta il nucleo filosofico dell'opera. Marchetti mette in scena un dualismo antichissimo: spirito e materia, anima e corpo, ma lo priva di ogni consolazione dottrinale. Non c'è, in questa opera che risale al 1969, la serenità dell'assunzione né la certezza della salvezza (in questi anni è il periodo delle «Opere nere» dell'artista, periodo di intenso travaglio spirituale e ricerca esoterica).
L'opera rappresenta il momento esatto della lacerazione: l'anima si stacca, la carne si aggrappa. La mano destra non è malvagia; è disperata. È il corpo che non vuole essere lasciato, che rivendica la propria appartenenza a ciò che sta perdendo.
In termini neoplatonici diremmo l'anima che risale alla sua origine luminosa; in termini più gnostici, lo spirito prigioniero che tenta l'evasione dalla materia. Ma Marchetti non illustra un sistema: dipinge lo strappo, l'attimo in cui l'uno non è ancora libero e l'altra non si è ancora arresa. Ecco il connubio spirito-materia.
La costruzione formale traduce esattamente questo conflitto. L'asse è verticale e la direzione dello spirito è sempre verso l'alto; su di esso la luce sale netta, quasi immateriale. Le forze avverse, invece, sono laterali, oblique, radicate in basso, legate alla gravità e al colore denso. Il chiaroscuro non è un espediente atmosferico: è la struttura stessa del pensiero. La luce non illumina la scena, è la posta in gioco della scena.
Ed è significativo che il volto della figura resti appena accennato, rovesciato all'indietro verso una sorgente che non vediamo: chi ascende ha già smesso di guardare il mondo che lascia.
Il perché di questo quadro, allora. Marchetti non dipinge la morte, e nemmeno propriamente un'estasi religiosa. Dipinge la condizione umana come tensione irrisolta tra il peso e lo slancio; la stessa che la critica del suo tempo aveva colto, definendo mite l'uomo e sconcertante nell'audacia il pittore. Qui il soggetto è il momento in cui l'essere si scopre doppio: fatto di materia che trattiene e di spirito che chiama. La mano che afferra non è un ostacolo da condannare, ma la parte di noi che ama ciò che è terreno e non sa lasciarlo andare, anche nel momento del peggior culmine della nostra esistenza.
Il dipinto non risolve il conflitto: lo tiene sospeso, e in questa sospensione risiede la sua onestà. Non promette l'ascesa. La rappresenta come sforzo, come contesa, come qualcosa che ancora, sulla tela, non è deciso.
Questa lettura non è una sovrastruttura imposta a posteriori sul dipinto: è ciò che la critica del suo tempo aveva già colto, davanti a tele come questa. Lo spirito che sale netto lungo l'asse verticale, il chiarore che si sottrae alla presa della mano rossa, il magma di materia che tenta di richiamare a sé la figura di luce, tutto ciò che qui abbiamo descritto come strappo tra il peso e lo slancio è la costante che, fin dagli anni Settanta, i suoi osservatori riconoscevano nel cuore della sua pittura.

«Il suo impegno di far sentire l'uomo teso nello sforzo per liberarsi dal peso e dalle costrizioni della materia, per cercare di ritrovare lo spirito puro da cui è nato.» Dino Villani — Parliamoci, 1971