"La caduta di San Paolo"
Olio su tela, anno 1972, cm. 120x80 (Cat. 1226) Coll. Privata AM
Cavalli e Centauri
"Armageddon"
Olio su tela, anno 1975, cm.60x80 (Cat. 1275)
Testo dell'Associazione (ADAAM) - non è critica indipendente.
L'opera appartiene al ciclo figurativo, vi sono presenti raffigurazioni di uomini, ma qui è l'animale “cavallo” il contesto forte, benchè non è motivo iconografico ma unità di misura dello spazio: la scena non è contenuta da un'architettura che ne regoli le proporzioni, si compone per accostamento di corpi e di poche quinte piatte che si sovrappongono per contrasto di valore senza convergere in un punto. Il fulcro è il cavallo bianco impennato, riconoscibile per un'interruzione più che per la posizione di poco decentrata: gli anteriori sollevati non toccano nulla e il moto resta sospeso al suo apice, senza sviluppo. Chi guarda, a primo impatto può predisporsi a percepire una visione di carica ma invece, anche solo con poca attenzione, subito comprende una stasi e, su questa sospensione si regge l'intera lettura: quel che accade non è uno scontro ma una sosta rivelativa, l'istante in cui una figura si arresta al centro del mondo generato e si rende visibile a chi vi è immerso. Il cavaliere chiaro compie una sola operazione: tiene la verticale. Dove ogni altra testa è china e ogni altra schiena è curva, il suo busto resta eretto e il capo ovale, privo di lineamenti, sale come punto fermo sull'asse dell'animale. L'assenza di fisionomia non lo rende anonimo, lo rende non individuato: non un personaggio, una condizione. È l'uomo che ha riconosciuto la propria origine, e proprio per questo non ha più tratti da esibire. L'animale che lo porta è la “conoscenza”, e il rapporto fra i due è di aderenza e non di dominio: chi sa non doma il sapere, lo cavalca. Nessuna arma, nessuna insegna, nessun gesto rivolto a un avversario; il cavaliere non chiama alla battaglia, esorta al risveglio, e il solo segnale che emette è il proprio stare in luce mentre attorno tutto si abbassa. Quest’opera è stata letta nell’insieme, volutamente in chiave gnostica, e ciò che propone non è dottrina da trasmettere ma sonno da interrompere: qui non si insegna un contenuto, si vuole ricordare un'origine. Guardando il cavaliere bruno di destra, funziona da cerniera fra la luce centrale e il contorno del dipinto; è l'ultima figura a conservare un profilo distinto e lo sta perdendo: la schiena si incurva, il capo si allinea a quello del cavallo, il corpo si orienta verso il margine e verso il basso. La sua è una postura di protezione, e nella logica della tela protezione significa sottrazione; qui il ripararsi dalla luce equivale a rientrare nel corpo comune, e il gesto difensivo è già una ricaduta nell'oblio. Fin dove quella discesa arriva, lo mostra la fascia inferiore delal tela, dove nessuna figura è più separabile: teste, groppe e arti si intrecciano in un tessuto unico, senza vuoti di fondo e senza uno sguardo che si alzi. Il compito compositivo di quella massa è fare peso, ancorare il dipinto in basso, impedire alla luce centrale di espandersi. Il senso segue la funzione: la permanenza nella vita terrena come condizione di ammassamento, dove il rifiuto della luce non è scelta dichiarata ma inerzia, sopore condiviso, appartenenza al mondo che l'entità inferiore ha plasmato, come la visione gnostica lo prevede. La città sull’altura chiude il campo in alto: sagoma al limite del piatto, perchè le profondità appena accenate dalle pennellate che costituiscono le ombre della struttura, senza aperture, non meta ma confine, riparo offerto a chi resta in basso. Posta più in alto del cavaliere illuminato, rovescia l’ordine atteso: in cima la custodia, al centro la rivelazione, e non coincidono. Il muro che rassicura è lo stesso che trattiene, recinto del mondo inferiore da cui la luce non proviene. Città muta, cavaliere che tace: è lui l’unico enunciato della tela. Nell’insieme dell’opera il colore lavora come regolatore di temperatura e di carico. La gamma si restringe a ocra, terre bruciate, bruni freddi e bianchi lattei, senza accenti estranei né complementari che introducano conflitto; di qui la stasi. Dove il tono non varia il moto non si propaga, e l'impennata resta un fatto circoscritto, una luce che non contagia. Il registro è simbolico ed esoterico, e la sua chiave è la rivelazione, non la conclusione. La composizione non rappresenta un evento apocalittico né una battaglia fra schiere; non illustra un testo, non annuncia un giudizio, non promette una fine che rimetta le cose a posto. Mostra una separazione già avvenuta fra chi si è sollevato e chi resta ammassato, e la lascia senza esito, perché nella prospettiva che la governa il risveglio non è un premio: è un riconoscimento e che riguarda uno per volta. Nota. Angelo Marchetti è stato uomo di fervente fede cristiana cattolica; la lettura gnostica qui proposta in questa interpretazione, non costituisce una professione dell’artista. Il contrasto, tuttavia, è solo apparente. Il «ricordare un’origine» e il risveglio che l’opera mette in scena non negano quella fede, ne traducono in forma simbolica il nucleo: l’uomo che riconosce da dove viene e a quella sorgente ritorna. Ciò che il vocabolario gnostico chiama origine, il linguaggio cristiano lo nomina creazione a immagine di Dio e ritorno a Lui. Strumenti interpretativi diversi per un medesimo moto dell’anima verso il proprio principio.