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Angelo Marchetti - Pittore e scultore italiano del Novecento
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Cavalli e Centauri

La caduta di San Paolo - olio su tela - Angelo Marchetti - K1226

"La caduta di San Paolo"
Olio su tela, anno 1972, cm. 120x80 (Cat. 1226)  Coll. Privata AM

Due centauri in lotta violenta: corpi contorti, mani artigliate sul rivale, capelli e code al vento su un fondo grigio-ocra.

"Lotta di centauri"
Olio su tela, cm. 70x100 (Cat. 1216)  Coll. Privata AM

Centauro chino su una fonte che sgorga tra le rocce, mentre un cavallo scuro si impenna sullo sfondo in un paesaggio brullo.

"La fonte della vita"
Olio su tela, anno 1980, cm.40x30 (Cat. 1186)  

Tre cavalli bianchi domati da due uomini lungo un sentiero sterrato: uno si impenna, gli altri avanzano affiancati, sullo sfondo una macchia di alberi scuri

"Senza titolo"
Olio su tela, cm. 80x120 (Cat. 1237)  

Olio su tela di Angelo Marchetti: due centauri dai toni bruno-ocra in corsa, criniere al vento, con un piccolo cavallo bianco sullo sfondo.

"Senza titolo"
Olio su tela, cm.40x30 (Cat. 1343) 

"I quattro cavalieri dell'Apocalisse" di Angelo Marchetti

"I quattro cavalieri dell'apocalisse"
Olio su tela, anno 1978, cm.80x120 (Cat. 1337)  Coll. privata AM

La battaglia di ogni uomo - olio su tela

"La battaglia di ogni uomo"
Olio su tela, anno 1978, cm.70x100 (Cat. 1241)  

Olio su tela di Angelo Marchetti: due figure ammantate a cavallo in toni bruni e ocra; una indica un fascio di luce dorata che squarcia il cielo.

"L' ora nona"
Olio su tela, anno 1982, cm.70x100 (Cat. 1283)  Coll. privata GM

«Armageddon», olio su tela di Angelo Marchetti: cavaliere su cavallo bianco impennato e cavaliere su cavallo scuro tra figure e cavalli travolti, città all'orizzonte.
Leggi o ascolta la nota critica

"Armageddon"
Olio su tela, anno 1975, cm.60x80 (Cat. 1275)

Testo dell'Associazione (ADAAM) - non è critica indipendente.

L'opera appartiene al ciclo figurativo, vi sono presenti raffigurazioni di uomini, ma qui è l'animale “cavallo” il contesto forte, benchè non è motivo iconografico ma unità di misura dello spazio: la scena non è contenuta da un'architettura che ne regoli le proporzioni, si compone per accostamento di corpi e di poche quinte piatte che si sovrappongono per contrasto di valore senza convergere in un punto. Il fulcro è il cavallo bianco impennato, riconoscibile per un'interruzione più che per la posizione di poco decentrata: gli anteriori sollevati non toccano nulla e il moto resta sospeso al suo apice, senza sviluppo. Chi guarda, a primo impatto può predisporsi a percepire una visione di carica ma invece, anche solo con poca attenzione, subito comprende una stasi e, su questa sospensione si regge l'intera lettura: quel che accade non è uno scontro ma una sosta rivelativa, l'istante in cui una figura si arresta al centro del mondo generato e si rende visibile a chi vi è immerso.
Il cavaliere chiaro compie una sola operazione: tiene la verticale. Dove ogni altra testa è china e ogni altra schiena è curva, il suo busto resta eretto e il capo ovale, privo di lineamenti, sale come punto fermo sull'asse dell'animale. L'assenza di fisionomia non lo rende anonimo, lo rende non individuato: non un personaggio, una condizione. È l'uomo che ha riconosciuto la propria origine, e proprio per questo non ha più tratti da esibire. L'animale che lo porta è la “conoscenza”, e il rapporto fra i due è di aderenza e non di dominio: chi sa non doma il sapere, lo cavalca. Nessuna arma, nessuna insegna, nessun gesto rivolto a un avversario; il cavaliere non chiama alla battaglia, esorta al risveglio, e il solo segnale che emette è il proprio stare in luce mentre attorno tutto si abbassa.
Quest’opera è stata letta nell’insieme, volutamente in chiave gnostica, e ciò che propone non è dottrina da trasmettere ma sonno da interrompere: qui non si insegna un contenuto, si vuole ricordare un'origine.
Guardando il cavaliere bruno di destra, funziona da cerniera fra la luce centrale e il contorno del dipinto; è l'ultima figura a conservare un profilo distinto e lo sta perdendo: la schiena si incurva, il capo si allinea a quello del cavallo, il corpo si orienta verso il margine e verso il basso. La sua è una postura di protezione, e nella logica della tela protezione significa sottrazione; qui il ripararsi dalla luce equivale a rientrare nel corpo comune, e il gesto difensivo è già una ricaduta nell'oblio. Fin dove quella discesa arriva, lo mostra la fascia inferiore delal tela, dove nessuna figura è più separabile: teste, groppe e arti si intrecciano in un tessuto unico, senza vuoti di fondo e senza uno sguardo che si alzi. Il compito compositivo di quella massa è fare peso, ancorare il dipinto in basso, impedire alla luce centrale di espandersi. Il senso segue la funzione: la permanenza nella vita terrena come condizione di ammassamento, dove il rifiuto della luce non è scelta dichiarata ma inerzia, sopore condiviso, appartenenza al mondo che l'entità inferiore ha plasmato, come la visione gnostica lo prevede.
La città sull’altura chiude il campo in alto: sagoma al limite del piatto, perchè le profondità appena accenate dalle pennellate che costituiscono le ombre della struttura, senza aperture, non meta ma confine, riparo offerto a chi resta in basso. Posta più in alto del cavaliere illuminato, rovescia l’ordine atteso: in cima la custodia, al centro la rivelazione, e non coincidono. Il muro che rassicura è lo stesso che trattiene, recinto del mondo inferiore da cui la luce non proviene. Città muta, cavaliere che tace: è lui l’unico enunciato della tela.
Nell’insieme dell’opera il colore lavora come regolatore di temperatura e di carico. La gamma si restringe a ocra, terre bruciate, bruni freddi e bianchi lattei, senza accenti estranei né complementari che introducano conflitto; di qui la stasi. Dove il tono non varia il moto non si propaga, e l'impennata resta un fatto circoscritto, una luce che non contagia.
Il registro è simbolico ed esoterico, e la sua chiave è la rivelazione, non la conclusione. La composizione non rappresenta un evento apocalittico né una battaglia fra schiere; non illustra un testo, non annuncia un giudizio, non promette una fine che rimetta le cose a posto. Mostra una separazione già avvenuta fra chi si è sollevato e chi resta ammassato, e la lascia senza esito, perché nella prospettiva che la governa il risveglio non è un premio: è un riconoscimento e che riguarda uno per volta.

Nota. Angelo Marchetti è stato uomo di fervente fede cristiana cattolica; la lettura gnostica qui proposta in questa interpretazione, non costituisce una professione dell’artista. Il contrasto, tuttavia, è solo apparente. Il «ricordare un’origine» e il risveglio che l’opera mette in scena non negano quella fede, ne traducono in forma simbolica il nucleo: l’uomo che riconosce da dove viene e a quella sorgente ritorna. Ciò che il vocabolario gnostico chiama origine, il linguaggio cristiano lo nomina creazione a immagine di Dio e ritorno a Lui. Strumenti interpretativi diversi per un medesimo moto dell’anima verso il proprio principio.
Due cavalli che giocano tra loro: scena equestre della serie Cavalli e centauri di Angelo Marchetti.

"Senza titolo"
Olio su tela, anno 1980, cm.80x100 (Cat. 1225)  

Cavallo disteso al suolo ai piedi di un albero, il corpo in posa di abbandono, forse morente.

"Senza titolo"
Olio su tela, cm. 80x120 (Cat. 1233)  

Centauro inginocchiato con le braccia aperte al cielo in supplica; nel cielo scuro fluttuano cavalli bianchi.

"Senza titolo"
Olio su tela, cm.30x40 (Cat. 1344) 

  1. Senza titolo - olio su tela - Angelo Marchetti - K1328
  2. Senza titolo - olio su tela - Angelo Marchetti - nK33

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