Senza titolo"
Olio su tela, cm. 40x30 (Cat. 1342)
Testo dell'Associazione (ADAAM) — non è critica indipendente.
Descrizione visivaIl dipinto, di formato verticale, è occupato per intero da una sola figura ravvicinata, portata così in avanti da dominare la totalità dell'opera; difatti, il capo sfiora il margine superiore e la punta estrema della barba il margine inferiore.
Non ci sono piani architettonici e lo spazio si organizza su due livelli soltanto: il fondo, ridotto a residuo, e la figura di Don Chisciotte, che ne prende quasi tutta la superficie. A separarli non è una linea, ma uno scarto di temperatura e di densità. Il fondo è una campitura continua di bruno bruciato e nero cupo, non intenso ma comunque spento, steso in velature magre; si comporta come una parete chiusa, mentre la figura, costruita a impasti spessi, viene avanti. La testa è il fulcro. Ruotata di tre quarti, inclinata in avanti. Il cranio è calvo e ampio, dipinto in giallo di Napoli e biacca, con pennellate curve che seguono la calotta e lasciano a vista i solchi delle setole. La luce arriva da sinistra, e sul lato destro il giallo vira al bruno rossastro. Le orbite affondano in terra di siena e in un bruno molto scuro, a tratti quasi nero: l'occhio di destra è rifinito, con la sclera grigia e un riflesso bianco; l'altro resta nell'ombra, ma si distingue. Un rosso mattone spento segna la guancia destra. Il naso è lungo, scarno, sagomato da una piccola gobba che nasce da una sola pennellata decisa. Dalla base del naso partono due baffi: prima spioventi, poi ripresi all'insù come fini manubri, tracciati con due colpi continui di grigio e ocra che ne riproducono l'illuminazione; entrambi oltrepassano il perimetro del volto. Sotto il mento scende una barba a punta che, insieme ai baffi, richiama lo stile alla moschettiera, assottigliandosi verso il basso. C'è qui una piccola incongruenza voluta, o almeno accettata: il romanzo di Cervantes precede di poco la moda dei baffi arricciati, e quel taglio alla moschettiera appartiene più all'immaginario sedimentato del cavaliere che alla sua epoca reale. La pittura non corregge lo scarto, lo tiene: è la faccia che Don Chisciotte ha preso nella memoria collettiva, non quella che avrebbe avuto in un ritratto d'epoca. Attorno al collo e sulle spalle si dispone un ampio panno increspato. L'artista non ha voluto renderlo leggibile come gorgiera o come camicia aperta con le falde in disordine: gli ha assegnato solo la funzione di base e di cornice parziale del volto. È dipinto in bianco, grigio azzurrato e lievi sfumature ocra, con pennellate larghe e sovrapposte; più chiaro e definito è il lato sinistro, esaltato di nuovo dalla provenienza della luce, piuttosto sfaldato e confuso con l'ombra a destra. In basso a destra, la firma, a pennello, in rosso mattone, in un solo tratto corsivo. Questa composizione di un solo volto dominante, un fondo muto, nessun oggetto ad abbellire: su questa distribuzione si fonda la lettura che segue. Analisi dell'opera L'opera appartiene al nucleo figurativo dell'artista, la fase in cui lo spazio non viene costruito ma sottratto. Dunque, niente prospettiva, niente ambiente, niente appoggio: la profondità si ottiene per soli valori: addensando il fondo fino a renderlo impenetrabile e portando avanti la figura per contrasto di luce. Questa scelta ha conseguenze precise; il volto non sta dentro un luogo, sta contro una superficie, e poiché nulla lo circonda che si possa misurare, non risulta collocato su un piano d'appoggio, né con una linea d'orizzonte, così la sua scala resta indeterminata, e con essa la distanza da cui lo guardiamo. Qui costruire lo spazio e costruire la testa sono la stessa cosa. Il fulcro compositivo non è il cranio, che pure occupa la parte maggiore della superficie, ma lo sguardo. O meglio, il disallineamento fra la rotazione del capo e la direzione degli occhi. La testa è girata a destra e inclinata in avanti, come di chi si sta sporgendo per guardare qualcosa; gli occhi incavati, dal timbro triste, impongono al volto un ritmo di pieno e di vuoto che ritorna nella guancia scavata. È un'interruzione minima, pochi millimetri di pittura, ed è la sola torsione dell'intera composizione e, per questo, diventa la chiave dell'insieme: stabilisce che la figura è rivolta a un fuori che non la guarda. Tutto il resto lavora in funzione di questo emarginare. Il cranio fa da raccoglitore di luce: è la sola massa piena del dipinto, e la sua superficie continua, senza capelli e quindi senza dettaglio, restituisce l'illuminazione invece di assorbirla. Vale la pena soffermarsi sulla calvizie generalizzata, che è una scelta dell'artista e non un dato obbligato, perché la tradizione illustrativa consegna quasi sempre un Chisciotte dal capo coperto o dai capelli radi ma presenti. Qui la testa è nuda per intero: si riprende il concetto di "asciutta" e "secca", dove Miguel de Cervantes la rende piena di una fantasia fervida per la lettura smodata dei libri di cavalleria; ma qui l'artista ne anticipa il passaggio della perdita della ragione, ecco l'espressione di chi guarda con tristezza generata dalla prossima pazzia del vecchio cavaliere, ormai esposto alle avversità da cui è circondato e che qui guarda. Un cranio calvo non ha riparo: raccoglie la luce come un oggetto, non come una persona, e proprio per questo la figura sembra più consegnata al nostro sguardo di quanto sia consapevole di esserlo. Gli occhi sono la parte più rifinita, la bocca la più negata: detto e ineffabile stanno l'uno accanto all'altro nello stesso volto. Qui l'uomo Don Chisciotte appare per quello che è nel racconto, non per quello che la sua fama ne ha fatto. In questo attimo l'artista scopre la fragilità dell'eroe di Miguel de Cervantes. Il colore va letto come operatore, non come sensazione. La gamma si restringe a tre famiglie di gialli, che portano insieme la temperatura calda e tutto il peso luminoso, concentrandolo in una sola zona. Nel suo registro il volto resta quello del ritratto, non dell'illustrazione. L'opera non racconta un episodio, non esibisce attributi, non ironizza sul personaggio. Rinuncia all'armatura, alla lancia, a ogni segno che ne renderebbe immediato il riconoscimento, e trattiene soltanto una testa e uno sguardo che non incontrano nulla. Non è una caricatura, e non è un'immagine devozionale: è la constatazione di una figura ridotta a se stessa. Qui Don Chisciotte cessa di essere il folle di un romanzo e diventa chiunque: l'uomo solo con sé stesso, consapevole delle proprie miserie e non per questo disposto a rinnegarsi. Guardarlo è guardarci: la sua testa nuda e il suo sguardo che non incontra nulla sono la condizione di ogni uomo lasciato solo con la propria coscienza.