Don Chisciotte
Acquarello su carta Fabriano, anno 1967, cm.80x80 (Cat. 1235) Coll. Privata GM
Testo dell'Associazione (ADAAM) - non è critica indipendente.
Descrizione visivaTre figure a mezzo busto occupano uno spazio poco profondo. Non c'è architettura: il fondo è un campo di grigi mossi e terre chiare, senza pareti né orizzonte, e i piani si distinguono solo perché i corpi si sovrappongono. Al centro, in primo piano e più in basso delle altre, è il Don Chisciotte della Mancia. Qui raffigurato in un uomo scarno, calvo, il capo leggermente reclinato sul lato, gli occhi chiusi, il collo lungo e teso, il torso è nudo, d'un incarnato chiaro, percorso da velature terrose. Sul braccio sinistro sorregge un panno chiaro, forse la camicia; le mani reggono poco sopra l'altezza del ventre una coppa dal piede corto, color grigio perla. L'espressione è remissiva e riflessiva. Alle sue spalle a sinistra, una seconda figura in piedi, di incarnato bruno, il capo chino e gli occhi abbassati verso il centro, la spalla e il braccio appena accennati, è lì presente ma anonima, funge solo da osservatore sgraziato. A destra, più in alto, una seconda figura dai tratti più definiti, probabilmente l'oste che incontrò nella taverna nel suo primo viaggio da cavaliere errante nella campagna di Montiel, figura descritta da Cervantes come uomo pacifico ma ladro ed imbroglione, eccolo alle spalle del Don Chisciotte dove si muove per la prima volta: scarmigliato nei pochi capelli sulle tempie, la fronte ampia di color ocra chiaro, con la metà del viso in ombra, lo sguardo rivolto in basso verso la coppa. La sua mano sinistra, in primo piano, porge al Don Chisciotte un pezzo di pane scuro; la veste scende in grigi freddi fino a un bruno profondo, l'accento più scuro di tutta la parte destra.
La firma, in bruno rossastro, è nell'angolo inferiore destro, seguita dalla data 1967. Lungo il bordo inferiore corre una fascia chiara con segni ripetuti, poco decifrabili, anche se verosimilmente è impressa in trasparenza per tutta la larghezza la filigrana del produttore del foglio di carta. Da questi elementi osservabili muove la lettura dei rapporti che li tengono insieme.
Analisi criticaL'opera appartiene alla ricerca figurativa su carta dell'artista, un ambito in cui il tratto e il colori usati costruiscono lo spazio per sottrazione; nessun sistema prospettico regge la scena: la profondità nasce dai corpi che si accostano e dalle gradazioni del tono. Lo spazio è schiacciato e frontale, e le tre figure non abitano un luogo ma occupano una superficie. Questo concentra il peso del racconto sulle posture, perché intorno non c'è nulla che collochi la scena in un tempo o in un luogo determinato. Dunque la figura centrale è il Don Chisciotte della Mancia, è la sua postura è la chiave dell'insieme; nudo nel torso, scarno e remissivo nel volto, stanco nel corpo regge la coppa con la mano destra e china il capo con una compostezza che nessun'altra figura rappresentata possiede. È qui l'osservazione che ordina tutto il resto: proprio nella sua nudità di uomo affaticato e affranto, il cavaliere si estranea dalle due figure che lo affiancano. Non per posizione, sta più in basso e più esposto di loro, ma per una nobiltà d'animo che passa tutta attraverso il modo in cui erige il collo ed inclina leggermente la testa, le spalle rilassate, e la mano che regge il calice; la gentilezza del gesto lo separa dal contesto anziché legarvelo, infatti le due figure laterali funzionano per contrasto, perché sono più grezze, nei modi e nelle posture: quella di sinistra incombe appena definita, senza contorni netti, una presenza che pesa più di quanto agisca; quella di destra stenta ad emergere nel mentre porge il tozzo di pane con un movimento più corsivo, più concreto, privo di quella misura che regola nella differenza il cavaliere. Le loro teste chine convergono verso il centro, ma è una convergenza di sguardi bassi, fino a far intendere gli occhi chiusi, sicuramente opachi, mentre il raccoglimento del Don Chisciotte resta di un altro ordine. Il triangolo che le tre teste disegnano non è simmetrico, e questa asimmetria non è solo compositiva: tiene distinta la figura nobile dalle due che la assistono senza raggiungerla. Attorno a questa distanza si organizza l’attimo rappresentato. Così che l’osservatore vien indotto ad osservare anche la coppa, tenuta al centro poco sopra l'altezza del ventre, non è al centro geometrico della composizione ma ne è comunque il centro dinamico. Il torso chiaro del cavaliere, ampio e poco lavorato; è una zona di quiete su cui le altre presenze si appoggiano, e la testa reclinata introduce l'unico vero movimento. Se il corpo scoperto del primo piano sta tra due figure vestite, tra chi riceve con dignità e chi porge con mano più rozza; e se gli occhi, di conseguenza gli sguardi dovrebbero agire come linee di forza, guidando la percezione attraverso la scena e stabilendone la dinamica, in questo disegno, non sono impulso della scena, l’artista ha omesso questa dinamicità,, in particolare la figura di destra la quale oltre a non evidenziarsi per dove dovrebbe dirige lo sguardo, sembra invece voler trattenere lo scambio, dunque nella dinamicità che passa per i gesti e non per gli sguardi: la scena resta su una soglia di silenzio. Il colore va letto come funzione, non come atmosfera. Le terre; ocra caldo, siena diluita, bruni rossastri, tra i prediletti dall'artista, si concentrano dove c'è pelle e vita: la fronte a destra, le spalle della figura a sinistra, la firma stessa. I grigi, freddi e mossi, occupano il fondo e le vesti, danno peso e fermano la scena. Il bianco-avorio del torso non è un colore ma una sospensione, la carta è lasciata quasi intatta è, un vuoto luminoso che isola il cavaliere e ne conferma la distanza dalle presenze più scure che lo circondano. Il bruno profondo a destra e l'ombra in basso a sinistra fanno da contrappesi ed evitano che l'insieme si dissolva nel chiaro. La coppa, grigio perla, è cromaticamente neutra: non attira per colore ma per posizione, coerente con il suo ruolo di perno. La chiave dell'opera è metafisica, nel senso in cui lo è la ricerca di Marchetti: la scena figurativa non si esaurisce nella resa del visibile, ma diventa indagine sulla condizione umana. La nobiltà del Don Chisciotte non è raccontata da un attributo o da un gesto eroico, ma affiora per sottrazione, dal contrasto con la rozzezza di chi gli sta accanto; e la luce che sale dal torso e dalla coppa non descrive un ambiente: indica qualcosa di più vasto. Ciò che si vede è un atto, un dare e un ricevere attorno a una coppa e a un cibo, ma le circostanze restano fuori campo. Non è una scena di genere: mancano l'ambientazione e gli oggetti d'uso, e ogni indizio di luogo e di tempo, è stato volutamente escluso; non vi è nemmeno un ritratto, perché i volti sono sottratti o abbassati.
Dunque l'artista mette in forma una distanza: quella tra il Don Chisciotte idealista e il mondo sensibile che lo nutre ma senza comprenderlo, la realtà sensibile che lo circonda e in cui sembra immerso senza appartenervi pienamente. Nel creare la figura centrale, assorta e sospesa, che regge la coppa come un'entità sospesa tra l'apparenza e ciò che l'apparenza cela, Marchetti vuole che l'osservatore non chieda di riconoscere il «come» delle cose, ma di attraversarlo per interrogare il «perché» che la loro forma nasconde.