Angelo Marchetti, «Senza titolo», olio su tela. Interno surreale: figure antropomorfe bianca, rossa e avorio escono da un quadro su pavimento verde. Archivio ADAAM.

"Senza titolo"
Olio su tela, cm.100x70 (Cat.1077)

Analisi critica

Quest'opera appartiene alla fase surreale-metafisica matura di Marchetti, quella in cui l'artista cessa di illustrare e costruisce paesaggi psichici: ambienti che non esistono nel mondo visibile ma che descrivono con precisione stati interni, condizioni dell'essere, tensioni irrisolte tra piani di realtà inconciliabili. Rispetto alle tele affini del ciclo, questa introduce un dispositivo più complesso e dichiaratamente autoriflessivo: il quadro nel quadro.
Il fulcro concettuale è proprio questa mise en abyme. Sulla parete frontale, entro la cornice, vive una scena dipinta: la figura bianca, ridotta all'essenziale, è rivolta verso raggi di luce ed è parte integrante del quadro riprodotto, a differenza della forma rossa che si solleva dal basso e che riprende il vocabolario consueto dell'artista. Anche qui il corpo è sfrondato, ma la figura vive il conflitto tra l'impulso ascendente e la gravità della materia; la rappresentazione non resta confinata nella cornice: la figura ne fuoriesce, scavalca il bordo, scende sul pavimento dell'ambiente «reale». Marchetti mette così in scena la nascita stessa dell'immagine, il momento in cui ciò che è dipinto reclama un'esistenza autonoma. L'arte non descrive la vita: la genera, la libera, la lascia camminare.
La figura rossa che esce dal quadro porta in sé questa ambivalenza. Le gambe sottili e instabili, quasi incapaci di reggere il corpo, dicono la fragilità di una creatura appena venuta al mondo, non ancora salda nella propria forma. È vita nascente, ma incerta. Di fronte a lei, una figura avorio a capo chino osserva l'evento come in attesa, ed è al contempo la figura più dominante e la più enigmatica. Altissima, esile, sinuosa, col capo chino, non emerge da alcun quadro: sta nello spazio come una soglia incarnata, una forma che non ascende e non cade ma persiste sospesa nella propria verticalità faticosa. La lunga ombra che proietta sul verde del pavimento ne raddoppia la presenza, legandola al suolo proprio mentre la sua linea tende verso l'alto. È la stessa creatura dal capo chino che ricorre nelle tele sorelle del ciclo: nel colore appena più caldo della carne, aspirazione e peso convivono nel medesimo corpo. Sul margine, la piccola figura rossa a mezzo busto, isolata, funziona come eco dell'osservazione, un altro stadio, un altro frammento del medesimo evento.
L'intera composizione si organizza dunque come una scala di stati dell'esistenza: l'immagine dipinta dentro la cornice, la creatura che ne nasce malferma, la figura sospesa tra terra e luce, il frammento marginale. Il soffitto rosso preme dall'alto, il pavimento verde -colore d'equilibrio- sostiene e insieme separa, le pareti chiudono l'orizzonte. In basso a sinistra, un'apertura che, a giudicare dalle tinte scure e rossastre, costituisce un evidente segnale dell'ignoto (forse tetro, come per altro l'esistenza umana fuori dai sua ambiti protetti) posto al di fuori di quella stanza dove vive l'opera. In questo spazio chiuso Marchetti non racconta una storia: fissa una condizione, quella della forma che si interroga sul proprio passaggio dalla materia rappresentata alla vita, e dalla vita all'ombra.

L'arte di Marchetti non è uno specchio sterile della realtà, ma una porta verso dimensioni profonde della psiche e della trascendenza. Qui quella porta è letteralmente una cornice da cui le figure escono: il dato visibile, un quadro, un'ombra, un corpo esile che diventa pretesto per nominare ciò che il linguaggio ordinario non raggiunge. È, nel senso più rigoroso del termine, pittura metafisica. (Marco Sofian . Milano, ottobre 2005)